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Politica, storia e cultura per raccontare “Il caos italiano”

Una serata da ricordare alla Casa delle Culture e della Musica. Quasi quattrocento persone, infatti, hanno letteralmente gremito il Chiostro dell’ex Convento del Carmine per ascoltare il giornalista, scrittore, saggista e storico Paolo Mieli, ospite della rassegna nazionale di letteratura “Velletri Libris” ideata e realizzata dalla Mondadori Bookstore Velletri.

Davanti ad una foltissima platea a dare il benvenuto è stato Guido Ciarla, titolare della Libreria veliterna, il quale nel ringraziare i la Fondazione di Partecipazione Arte e Cultura nella persona del M° Claudio Maria Micheli che ha creduto nella rassegna e i tantissimi cittadini che settimanalmente assistono agli incontri ha annunciato una mini-rassegna di chiusura con dei nomi a sorpresa, svelando soltanto quello di Adriano Sofri. La parola è poi passata ad Ezio Tamilia, che ha intervistato Paolo Mieli in una appassionante conversazione sul suo ultimo libro, Il caos italiano. Alle radici del nostro dissesto (edito da Rizzoli). Mieli, che si è detto emozionato e colpito di vedere tanta affluenza di pubblico e ha lodato Velletri e l’organizzazione della rassegna per la cura di ogni particolare, ha parlato con lucidità di varie problematiche, affrontandole dal punto di vista storico e politico.

Le radici della confusione governativa italiana partono da lontano, cominciando proprio da una unità d’Italia forse non voluta all’unanimità. La nostra nazione permane, in alcuni casi, mentalmente divisa, e non è bastata l’opera forse non abbastanza incisiva e convinta di Cavour e degli altri intellettuali illuminati per creare una realtà culturale omogenea. Disunità che poi diventa trasformismo, come nel caso della prima guerra mondiale, e che porta alle ascese dei cosiddetti populismi.

“Non ho mai nascosto di essere un elettore del centrosinistra, pur criticandolo in alcune sue scelte” – ha dichiarato Mieli – “e penso che, da storico, non si possa dimenticare che la maggior parte dei regimi non sono nati con dei golpe ma con un consenso dalle solide basi oppure conquistato dopo l’ascesa al potere. Il problema fondamentale è che quando non ci si informa, al momento di andare al voto di decide di dare fiducia ad un cambiamento senza conoscerlo veramente”. Proprio sulla politica italiana, alle prese con il governo giallo-verde a trazione Lega e Cinque Stelle, Mieli si è detto cauto sull’operato di Conte: “in qualità di giornalista posso dire che i processi alle intenzioni non ci portano da nessuna parte. Di certo abbiamo il dovere, come classe dirigente, di non ergerci a casta sacerdotale che utilizza toni paternalistici perché il risultato è soltanto un distacco. L’esempio più chiaro riguarda i migranti? Se da una parte ci sono gli slogan, dall’altra c’è chi dice di accoglierli a braccia aperte. Anche se mi mettessi a spiegare che i numeri non sono quelli che sembrano, troverei sempre chi mi dice che ho ragione ma devo accoglierli a casa mia se non voglio rispedirli al loro Paese. È chiaro che esiste un problema di comunicazione”.

Il ruolo del giornalismo, a tal proposito, è importante e Paolo Mieli non si è esentato dal fare un mea culpa, poiché anche la categoria dell’informazione spesso non ha un approccio corretto con l’attualità. I giornalisti devono fare i giornalisti, perché la loro responsabilità non è leggera e non ci si possono permettere titoloni che producono effetti disastrosi. Analogo discorso, con le dovute distinzioni, riguarda la magistratura: “Sento sempre parlare di toghe rosse, non mi piace generalizzare e suffragare certe posizioni. Però un giudice non può diventare il simbolo di una ‘rivoluzione’ politica, perché a decretare il fallimento di un governo o di un leader devono essere le urne e non i processi, fermo restando che se si delinque la Giustizia ha il dovere di fare il suo corso”.

E ancora una volta è la storia a soccorrere lo Stato, perché insegna a comprendere senza pregiudizi e senza barriere tutti i fenomeni, sia nuovi che vecchi. Al termine della serata, Mieli prima di fare un lungo firma-copie e scattare le consuete foto ricordo, si è congedato salutando la città: “Ho trovato a Velletri una bellissima realtà, questi momenti di aggregazione e di dibattito rappresentano un momento importante per la comunità. Mi candido a tornare il prossimo anno” – ha poi detto il giornalista – “nella speranza che potremo parlare di sviluppi positivi degni di un paese civile. In caso contrario verrò a vivere a Velletri, si sta davvero bene”.

Una serata indimenticabile, sia per lo spessore culturale che per la partecipazione, che conferma una volta di più l’idea vincente della Mondadori Bookstore Velletri in sinergia con la FondArC e con i partner ufficiali dell’evento, sempre più al centro dell’interesse anche nazionale fra uffici stampa, case editrici e autori stessi. Prossimo appuntamento venerdì 13 luglio, alle ore 20.30, con Paolo Hendel che presenterà La giovinezza è sopravvalutata, edito da Rizzoli.

Rocco Della Corte

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